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domenica 5 maggio 2013

rientro nel canale discendente

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Oro: analisi tecnica al 3 maggio 2013

Dopo la brusca rottura in basso del canale discendente in essere dall'ottobre 2012, nei primi giorni i prezzi dell'oro hanno rimbalzato e sono rientrati nel canale, come ben visibile nel grafico sopra (con barre settimanali dal 2010).
Nell'ultima settimana, tuttavia, i prezzi hanno oscillato in una banda ridotta, con volumi in calo, due sintomi che possono far pensare a debolezza nel breve termine.

   Michael Noonan 
   (trader di Chicago con oltre 30 anni di esperienza)

venerdì 3 maggio 2013

JPM la nuova Enron ?

la terribile Blythe Masters

Nuovi guai giudiziari per JP Morgan e nuove accuse di manipolazione dei mercati per la brillante top manager Blythe Master

Il New York Times ieri sera ha riportato che la Federal Energy Regulatory Commission (FERC) intende agire contro JP Morgan - e in particolare contro la manager Blythe Masters - su presunte manipolazioni fraudolente nel trading nei mercati energetici del Michigan e della California.

Con un rapporto di
70 pagine il FERC riferito individua Blythe Masters, la responsabile di JP Morgan per le commodities  per il suo ruolo nello schema, e asserisce che Blythe ha personalmente preso parte alle attività di JPMorgan per impedire alle autorità statali di capire le vere ragioni alla base dei sistemi di offerta di JPMorgan, e che Blythe fatte decine di dichiarazioni fuorvianti e omissioni di materiale alle autorità.

I numerosi sostenitori della tesi second la quale i mercati dell'argento e dell'oro sono pesantemente manipolati da JP Morgan - e soprattutto da Blythe Masters - sperano che una eventuale condanna da parte della FERC avrà l'effetto benefico di portare a una riduzione delle manipolazioni nei mercati dei metalli preziosi.
Può darsi, tuttavia, che la FERC si limiterà a una "tiratina d'orecchi" al gigante bancario JP Morgan.

Intanto oggi il future dell'argento, che era stato massacrato all'apertura del mercato di New York (in seguito al rapporto sull'occupazione USA migliore del previsto) ha rimbalzato con forza passando in meno di un'ora da 23,4 dollari per oncia a 24,26 dollari.

giovedì 2 maggio 2013

la gente non vuole più certificati



Lo scorso 29 aprile Terry Duffy , il presidente della borsa CME di Chicago, ha dichiarato durante l'intervista su Bloomberg che: "La cosa interessante riguardo l'oro è quanto avvenuto due settimane fa. Abbiamo visto forti ribassi nelle quotazioni di tutti i titoli azionari di miniere aurifere, forti ribassi di tutti i prodotti finanziari legati all'oro, mentre sono calati pochissimo i prezzi delle monete d'oro, cioé di oro vero e tangibile. Ciò dimostra che la gente non vuole certificati, vogliono niente altro che il prodotto reale." 
("What’s interesting about gold, when we had that big break two weeks ago we saw all the gold stocks trade down significantly, we saw all the gold products trade down significantly, but one thing that did not trade down, was gold coins, tangible real gold. That’s going to show you, people don’t want certificates, they don’t want anything else. They want the real product.")

mercoledì 1 maggio 2013

la spazzatura del vicino



Brutto primo maggio per i nostri vicini della Slovenia. Moody's ha appena declassato il loro rating di 2 gradini facendolo precipitare nel bidone della spazzatura.
Moody's ha tagliato il rating sovrano della Slovenia, un membro della zona euro, di due gradini da "Baa2″ a "Ba1″, l'outlook è negativo. L'agenzia spiega la sua decisione, che porta la valutazione sul debito sloveno a livello "junk", cioè spazzatura, in primo luogo con le difficoltà del settore bancario del Paese. Moody's si attende che la qualità degli asset delle banche slovene deteriorerà ulteriormente a causa delle debole condizioni dell'economia. Moody's prevede che il PIL della Slovenia calerà quest'anno dell'1,9%.
Moody's indica infine che i costi di finanziamento restano elevati e altamente dipendenti dalla fiducia dei mercati finanziari. Vista la vulnerabilità della Slovenia a shock esterni il governo potrebbe avere delle difficoltà a finanziarsi a tassi sostenibili. Ci sarebbe quindi il rischio che Lubiana sia costretta a richiedere aiuti esterni per adempiere ai suoi obblighi finanziari.
La Slovenia questa settimana sta cercando di lanciare un emissione di bonds in DOLLARI !

se la Francia stampa euro




L’eurocrazia ha concesso alla Francia ( e Spagna e Portogallo) due anni di proroga per il rientro dal deficit entro il 3% del Pil, e ha negato lo stesso sollievo all’Italia. Enrico Letta va da Angela Merkel a Berlino ad implorare il favore (il ministro Schauble aveva detto no ancor pochi giorni fa).
Ma Berlino ha fatto a Parigi un favore più grande, alla chetichella: in pratica, ha permesso alla sua Banca Centrale di stampare euro.

Lo ha scritto l’8 aprile scorso addirittura Paul Krugman sul suo blog presso New York Times, con un titolo più che ironico: «La Francia ha di nuovo la sua divisa» (France Has Its Own Currency Again). Scarne le notizie che Krugman dà. Si limita a notare che gli interessi che la Francia paga per indebitarsi sono crollati. Parigi non è più a corto di soldi, i mercati non sono più preoccupati di un suo fallimento… Un giornale economico online francese, Atlantico, poco dopo ha ipotizzato: i tassi bassi a cui la Francia si indebita sarebbero effetto di una politica «generosa e discreta» da parte della Banque de France (la loro Banca Centrale) di acquisto di attivi discutibili dalle banche francesi. E spiega che se l’Europa ha una moneta unica, non ha un’unica Banca Centrale. Sì, c’è la BCE; ma le banche centrali nazionali esistono ancora «e dispongono di una certa autonomia per aiutare le proprie banche».

Ciò significa non solo che la Banque de France ha il tacito permesso di stampare euro secondo le necessità (insaziabili) delle sue banche; ma che le sue banche maggiori (BNP, Société Générale, Crédit Agricole in prima linea) sarebbero sull’orlo del fallimento per la loro eccessiva esposizione ai rischi, e tenute sotto ossigeno dalla stampante della Banque de France mascherata sotto pagamento di «attivi» che sono equivalenti a vecchie biciclette, abiti di seconda mano e stoviglie usate.
A tutta prima la mezza rivelazione ha fatto strillare di rabbia grossi giornali germanici come Die Welt e Deutsche Wirtschafts Nachrichten, che hanno accusato Mari Draghi, l’odiato italiano, di lassismo complice. «La BCE ha dato alla Francia la possibilità di stabilizzare le proprie banche, senza che la Germania possa far niente per opporsi (…) Sotto traccia, si gonfia in Francia una gigantesca bolla finanziaria».

Ma dopo queste prime urla, più nulla. Silenzio. Evidentemente, i media sono stati avvertiti discretamente di sorvolare. E ciò, quasi certamente, per il motivo indicato da Krugman: la BCE non può lasciare la Francia al suo destino come una qualunque Grecia (o Spagna), perché senza la Francia «non c’è più euro».

Berlino, che è severissima con noi, con Hollande tace e acconsente, perché ha bisogno della «relazione speciale» con Parigi, secondo pilastro dell’euro e della sua ideologia.

Se l’ipotesi è vera, inutilmente il nostro Letta (e la sinistra italiana) sperano di trovare in Parigi l’alleato e guida dei Paesi mediterranei che dicono basta all’austerità e mettono in minoranza la Merkel: Hollande, la Merkel se l’è comprato col permesso di stampa dissimulata. Il permesso (tedesco) a Francia, Spagna e Portogallo di ritardare di due anni il rientro del deficit, che viene negato a noi, è fatto proprio per spaccare il fronte. L’Italia è isolata. Divide et impera. Anche se Enrico Letta, mettendo all’economia Saccomanni, ossia il servile e strapagato funzionario di Bankitalia, non ha certo dato l’idea di voler andare all’attacco. Bankitalia è nota per la sua subalternità a Francoforte e Berlino.
Questa faccenda, più o meno soppressa, rivela un’altra disfunzione della Babele monetaria che è l’euro (moneta unica con banche centrali «con parziale autonomia», se la prendono), e che i padroni dei nostri destini vanno avanti a forza di pezze, trucchi nascosti, strappi inconfessati alle regole che loro stessi ci hanno imposto, omertà e favoritismi collaterali e severità disumane – come nella Fattoria degli Animali di Orwell, tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
 (...)
Facciamo solo notare questo paradosso: c’è una enorme liquidità globale, e le banche strapiene di titoli pubblici; e alle nostre imprese non arriva un euro. Non pagano i fornitori perché non vengono pagate a loro volta; tutto si paralizza perché manca denaro liquido e il credito è prosciugato, ma altrove scorrono Mississippi di liquidità. (...)
Secondo KPMG, i crediti dubbi delle banche europee ammonterebbero a 1500 miliardi (di cui 600 per le sole banche britanniche, spagnole e irlandesi).
Anziché ripulire i loro bilanci vendendo i loro portafogli, esse da anni preferiscono nascondere il problema prorogando i loro prestiti più o meno inesigibili. Gli Stati avrebbero dovuto, fin dall’inizio della crisi, intervenire imponendo ad azionisti e creditori di accollarsi la loro parte di perdite; non l’hanno fatto – come opporsi alla lobby bancaria? – fino al giorno in cui l’hanno fatto per banche e correntisti di Cipro.(...)

Ed oggi siamo a questo: che invece di mettere in discussione la strategia seguita e fallimentare (austerità per chi «ha vissuto al disopra dei propri mezzi») si suggerisce solo di ammorbidirne l’applicazione. La Commissione ha concesso alla Spagna di ritardare il rientro del deficit, stavolta di due anni; poi l’ha concesso al Portogallo, poi alla Francia. L’allungamento del calendario è diventato regola? Ma no, si decide caso per caso – per salvare la faccia – e quindi si dice no a Roma, che conta come il due di picche ed ha ministri tanto tanto europeisti, la Bonino che vuole accelerare gli Stati Uniti d’Europa: a noi, si può fare di tutto, e continuiamo a scodinzolare. (Emma Bonino: Stati Uniti d’Europa o non c’è via d’uscita‎)
Del resto, gli alleviamenti concessi agli altri non solo non risolvono nulla. Sono accompagnati ogni volta da ingiunzioni di nuovi rigori di bilancio, che aggravano la recessione e creano di conseguenza (tramite diminuzione del gettito fiscale) le condizioni di un ulteriore, futuro allungamento della data del fatale rientro del deficit sotto il 3%: cifra peraltro del tutto arbitraria.
«Rigore di bilancio e controllo delle spese non spariranno dal vocabolario del partito socialista», ha annunciato Antonio José Seguro, il segretario del PS portoghese, che spera di tornare al potere e chiede, contemporaneamente, una rinegoziazione del costosissimo piano di salvataggio del Portogallo; le stesse cose più o meno dicono i governanti spettrali a Madrid, a Parigi e il nostro Enrico Letta. «Crescita» accompagnata a «rigore», come sempre. Senza spiegare come fare. Senza mai mettere in discussione i paradigmi adottati una volta per tutte, il pensiero unico eurocratico-globalista. Fino al crack sociale e politico?

  M. Blondet


fonte: rischiocalcolato.it